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Un simposio dedicato al settore dei beni di largo consumo PDF Stampa E-mail
Mercoledì 28 Dicembre 2011 11:09
NSI_Rockwell_27dic11_VAL'evento Rockwell Automation, che si è svolto a Bologna il 30 Novembre e il 1° Dicembre 2011, era rivolto agli executive e ai top manager più attenti all'innovazione che operano nelle aziende del settore dei beni di largo consumo (CPG), sia fornitrici che utenti finali.
Valerio Alessandroni

Una serie di presentazioni di casi di successo, tavole rotonde e altri momenti di confronto per capire come affrontare le problematiche tipiche del settore CPG, hanno reso il simposio di Bologna un'opportunità per ascoltare i leader di settore e partecipare a gruppi di discussione fra pari per confrontarsi sulle possibili soluzioni tecnologiche ai bisogni emergenti.

Il settore CPG è caratterizzato da importanti e molteplici sfide alle quali è possibile far fronte solo rimanendo a stretto contatto con chi è al top in tema di innovazione ed è stato proprio questo l'obiettivo primario del simposio. Tra i temi affrontati, l'aumento della pressione competitiva, le richieste dai mercati emergenti, la variazione e diversificazione delle preferenze dei consumatori, la sostenibilità, l'aumento dell'attenzione ai temi della sicurezza in ambito alimentare e la conformità alle normative locali e internazionali in materia ambientale.

In qualità di azienda specializzata nella fornitura di sistemi di automazione per i costruttori di macchine e per utenti finali e in collaborazione con operatori primari di settore, Rockwell Automation ha presentato numerosi esempi concreti di soluzioni specificamente progettate per far fronte a queste sfide, contribuendo così alla riuscita dell'evento.

I casi di successo presentati da clienti internazionali, leader di settore, hanno coperto una serie di temi strategici quali ad esempio, soluzioni scalabili, sfide legate all'esportazione in nuovi mercati, conformità agli standard internazionali nella progettazione delle macchine e sostenibilità.

Il simposio si è quindi configurato come luogo deputato per ascoltare, comprendere e condividere ma anche per essere aggiornati sui cambiamenti, parlare con i leader di settore, incontrare aziende accomunate dall'affrontare le stesse sfide e individuare strategie per essere vincenti in una realtà in continua evoluzione.

La parola all'Amministratore Delegato

Nel corso del simposio di Bologna abbiamo potuto intervistare Fabrizio Scovenna, Amministratore Delegato Rockwell Automation Italian Region.

Dottor Scovenna, quali sono, in questo momento, le principali tendenze percepite da Rockwell Automation nel mercato dell'automazione industriale?

Scovenna: La realtà attuale vede la ricerca di un'ottimizzazione sempre più spinta degli impianti di produzione, che si traduce in maggiore efficienza e maggiore produttività. Gli obiettivi sono fare funzionare le linee al meglio ed essere i più veloci possibili nelle risposte ai cambiamenti del mercato grazie anche alla capacità di produrre lotti più piccoli e di settare rapidamente gli impianti in base alle nuove richieste. Altre richieste, come facilità e immediatezza d'uso e affidabilità delle macchine, possono provenire sia dall'end user che dall'OEM (che, a sua volta, raccoglie e interpreta le esigenze dell'end user). Ciò permette, ad esempio, di spostare le linee di produzione in maniera modulare.

Ma queste esigenze non si sposano perfettamente con il concetto di Integrated Architecture introdotto già qualche anno fa da Rockwell Automation?

Scovenna: Certamente. Se parliamo di modularità delle linee di produzione, basandosi su pratiche di integrazione già collaudate negli anni, Rockwell Automation sta spingendo il concetto della Integrated Architecture, che prevede proprio la possibilità di integrare facilmente fra loro parti modulari di macchine e impianti di produzione. E questo risponde alle esigenze di un mercato sempre più dinamico, che tende a spostare le linee laddove servono o possono funzionare in modo più efficiente e conveniente, magari per rispondere più velocemente a un mercato locale che sta esplodendo. Oggi occorre essere rapidi e non ci si possono più permettere i tempi di decisione di 10 o 20 anni fa: nel momento in cui si definisce la costruzione di un impianto, se si seguono ancora i sistemi e le tempistiche del passato, si rischia di arrivare sul mercato quando l'onda si è già esaurita.

Anche a livello di progettazione il tempo si è estremamente ridotto e oggi il fornitore deve essere estremamente veloce a rispondere a queste esigenze, con la massima flessibilità e riducendo il numero delle risorse impegnate.

La crescita di Rockwell Automation in Italia è più di consolidamento o vede un allargamento a nuove piccole/medie aziende?

Scovenna: La nostra crescita è in ambo i sensi. Gli OEM di un certo livello sono più ricettivi nei confronti delle macchine più complesse e a queste problematiche. In generale, tuttavia, le aziende manifatturiere italiane sono ancora molto legate alle decisioni degli uffici acquisti. Per questo, molto spesso nelle piccole-medie aziende si preferisce ancora un lavoro di 'patchwork' con apparecchiature di fornitori diversi, cercando di trovare la soluzione meno costosa, anziché adottare una soluzione integrata come quelle proposte da Rockwell Automation. Questo va nella direzione opposta a ciò che stanno chiedendo le grandi industrie, che preferiscono soluzioni semplici, lineari, aperte, integrate, facili da utilizzare e da interconnettere. A ciò si aggiungono i problemi di restrizioni del credito, perché è sempre più difficile trovare i finanziamenti per investire in nuove tecnologie.

Quali sono i limiti degli OEM italiani?

Scovenna: In sintesi, a mio parere, il mercato italiano ha alcuni difetti precisi. In primo luogo, gli OEM sono molto piccoli e tendono a non fare sistema, anche solo per ottimizzare gli acquisti. Vi è poi il difetto delle piccole dimensioni (rispetto, ad esempio, al mercato tedesco), che a sua volta provoca problemi di finanziamento. Infine, la globalizzazione: se non si hanno dimensioni adeguate e si è sottocapitalizzati, è difficile riuscire a rispondere a standard mondiali o ad essere presenti globalmente con un supporto locale. Rimangono i vantaggi della fantasia e della flessibilità, tipici delle aziende italiane, ma non si può continuare a supplire con colpi di genio alle nostre carenze strutturali. E, per vendere in certi mercati come quello cinese, è necessario avere una presenza sul posto. Il rischio è quello di non fare parte di quella fascia di elite che riesce a fare accordi con i player mondiali, proprio perché manca la fondamentale struttura di sostegno.